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35 / Sacro

Settembre 2020

Nella società contemporanea il Sacro ha abbandonato i confini esclusivi del vincolo religioso eppure non ha perduto la propria funzione: suscitare un sentimento di devozione e sottomissione al numinoso. Il Sacro si incontra oggi dove non se ne immagina la presenza e assume forme inattese. Il sentimento del Sacro ci parla tuttora di un bisogno, proprio della natura umana, di fondare la propria esistenza su un affidamento, su una fabula, sulla ricerca di un Altrove e di una volontà originaria che si colloca al di là delle contingenze e della dimensione corpuscolare di ogni singola esistenza. Ciò non sorprende e trova spiegazione nell’aumentato sentimento di incertezza determinato dal passaggio dalla mondializzazione alla più indefinita globalizzazione e dalla complessità di dinamiche che appaiono incomprensibili.
Il Sacro – luogo della coincidenza dei contrari, dell’ambivalenza dei significati, della commistione di etiche inconciliabili, cristalline e residuali, pure e impure, inviolate e corrotte -, si è trasformato nell’assolutismo del caos finanziario, nell’imprevedibilità di forze corporative in conflitto tra loro, a cui il declino della democrazia non sa più porre rimedio.
Per “rimettere le cose a posto” è necessario accordare le pulsioni individualiste e disgregatrici che abitano nella natura umana con una consapevolezza ecologica, che ci vuole affidati a un ambiente più grande dei sistemi costruiti a difesa della cosiddetta civilizzazione. Attraverso il Sacro e le sue manifestazioni fantastiche la potenza immaginale dell’individuo riacquista un senso più ampio, in accordo con l’ambiente in cui vive. La casa, il paesaggio, la biosfera sono allora realtà interdipendenti, pensabili soltanto come una unità.
L’architettura, per nascita indirizzata a radunare, a vincolare, a circoscrivere uno spazio astratto e infinito che diventa così luogo, ha un ruolo cruciale nella difficile ricerca volta a porre un rimedio al conflitto che l’uomo seguita ad avere con sé stesso. Nell’architettura è contenuta la straordinaria possibilità di riabilitare il Sacro nel quotidiano secolarizzato. Lo può fare riappropriandosi di un simbolismo austero e cristallino, lontano dalla ricerca della “massima espressione”, dai deliri nevrotici decostruzionisti così evidenti nelle chiese postconciliari che, nell’illusione di una benevolente apertura alle contraddizioni della quotidianità, hanno perduto il ruolo originario di custodi del Sacro e del suo ermetico silenzio.

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